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Codice Maroni e finta autoregolamentazione

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È quasi pronto il codice di autoregolamentazione per internet, o meglio il “Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona sulla rete Internet”.
L’iniziativa del ministro Maroni e del viceministro Romani parte da lontano, precisamente quando nel dicembre 2009 proliferarono sul web i siti inneggianti al gesto inconsulto di Massimo Tartaglia, che aggredì il presidente del Consiglio.
In quel momento si scatenarono i politici che chiedevano a gran voce la chiusura di siti inneggianti alla violenza, e soprattutto di Facebook, per la numerose presenza di gruppi che celebravano il gesto insano. Il presidente del Senato giunse a definire i social network “più pericolosi degli anni Settanta”, e il ministro Maroni annunciò una legge per oscurare i siti che incitano alla violenza.
Poi la strada della legge è stata abbandonata a favore del Codice di autodisciplina, che è appunto quello presentato in questi giorni.

Si è scelta la strada della autoregolamentazione, che in sostanza vorrebbe dire sedersi intorno ad un tavolo per procedere con un accordo comune, per prendere insieme le decisioni su cosa fare e come farlo, al fine di evitare regole imposte dall’alto. Per cui appare oltremodo bizzarro definire autodisciplina la strada percorsa dal ministro, cioè presentare un testo ai provider che dovranno adottarlo e poi imporlo agli utenti, i quali potranno solo subirne le conseguenze senza poter dire la loro in una materia tanto importante quanto quella relativa alla libertà di opinione e manifestazione del pensiero.
Della “auto” regolamentazione, insomma, non ve ne è alcuna traccia. Il tavolo del 12 maggio, tra l’altro, vedeva presenti solo Google e Microsoft, mentre è stato disertato da tutti gli altri attori del web, compreso Facebook che conta circa 18 milioni di italiani iscritti, ed ovviamente non erano presenti nemmeno delegati delle associazioni dei consumatori. A questo punto chiamiamolo col suo vero nome, codice di regolamentazione, trattandosi di etero regolamentazione, cioè disciplina imposta dall’alto!  

L’idea del Ministro, per scendere nel concreto, è di affiancare una regolamentazione alla normativa vigente. Sinceramente non se ne vede l’esigenza in quanto le norme esistono, le leggi penali si applicano a tutta la rete, semmai il problema potrebbe essere la mancanza di mezzi da parte dei magistrati e della polizia per scovare i colpevoli. Ma questo, è ovvio, non può essere sopperito con una regolamentazione, per questo ci vogliono soldi e risorse.
Comunque, la premessa del codice è che “la rete Internet può costituire una piattaforma di divulgazione e propagazione di messaggi, informazioni e contenuti destinati ad un uso malevolo, come quelli che incitano all’odio, alla violenza, alla discriminazione, ad atti di terrorismo, o che offendono la dignità della persona, o costituiscano una minaccia per l’ordine pubblico”.
L’intenzione del ministro è di coinvolgere i fornitori dei servizi online, i provider appunto, al fine di contrastare questi comportamenti illegali. Ciò vuol dire che il provider che aderisce all’iniziativa dovrebbe inserire in ogni sito web le istruzioni utili per consentire agli utenti di avanzare dei reclami verso i contenuti del sito web. Più o meno, par di capire, il provider dovrebbe inserire un pulsante o link che porta al modello di segnalazione o reclamo.

I provider, dal canto loro, appaiono scettici, non solo perché questi meccanismi comporterebbero dei costi, da girare poi sugli utenti, ma anche perché per legge sono già obbligati a informare la magistratura nel caso in cui vengano a conoscenza di reati commessi tramite un sito web posto sui loro server, o a mezzo dei servizi da loro forniti. Ma il punto essenziale è che, secondo il codice di autodisciplina, in presenza di una segnalazione dovrebbe essere il fornitore a valutare il contenuto e farsi carico eventualmente di rimuoverlo.
Questo vorrebbe dire, in sostanza, che il fornitore diventa giudice dei contenuti immessi sul web dagli utenti. È abbastanza ovvio che tal modo di agire non è auspicabile, perché un’azienda privata non ha i mezzi adatti per poter stabilire se si è in presenza di un contenuto illecito oppure no, tale giudizio deve essere demandato alla magistratura.

Infatti, la normativa attuale prevede appunto che il fornitore di servizi online, se viene a conoscenza di presunti reati commessi tramite i suoi servizi, deve informare l’autorità giudiziaria, ma solo in presenza di comunicazione da parte dell’autorità giudiziaria (e non di privati), ha l’obbligo di rimuovere quei contenuti. Ci pare che la normativa attuale sia garanzia sufficiente per tutte le possibili parti in causa. Da una parte chi si ritiene diffamato, o comunque leso da un reato, può rivolgersi alla magistratura che, in 48 ore al massimo, può oscurare il contenuto illecito tramite sequestro preventivo, e il privato che ha immesso il contenuto presunto illecito è garantito dal fatto che la valutazione sulla liceità o meno del suo contenuto è demandata ad un giudice. Ci sarà quindi, un processo nel quale potrà difendersi e dire la sua.
Il codice di autodisciplina, invece, prevede che possa essere lo stesso fornitore di servizi a rimuovere il contenuto a seguito di una segnalazione proveniente da un terzo, senza alcuno spazio per un contraddittorio con l’autore dei contenuti. Ciò potrebbe facilmente dare adito a segnalazioni strumentali.
È pacifico che un fornitore di servizi finirebbe per doversi dotare di un servizio legale al fine di dover vagliare tutte le segnalazioni ricevute, e sarebbe sempre sottoposto al rischio di vedersi portato in giudizio per aver rimosso un contenuto che poi, a distanza di tempo, potrebbe essere ritenuto del tutto lecito da un tribunale. In tale caso il fornitore si troverebbe esposto ad una azione di risarcimento danni per aver rimosso quel contenuto in violazione del contratto di fornitura di servizi.
Questo è ciò che potrebbe avvenire in futuro, trasformare i provider in sceriffi del web, pressati da un lato per rimuovere ciò che viene segnalato, e dall’altra dagli obblighi contrattuali con i propri clienti. Si può facilmente ipotizzare quale sarebbe il comportamento dei fornitori di servizi, cioè rimuovere tutto ciò che potrebbe dare fastidio alle grandi aziende che possono citare il provider chiedendo risarcimenti milionari, e disinteressarsi invece delle segnalazioni che vengono dai semplici cittadini che hanno scarso “peso”. Avremo, quindi, un web nel quale ciò che conta è il “peso” economico, e dove i semplici cittadini si vedrebbero censurati, con insufficiente rispetto per i loro diritti e la loro libertà di manifestazione del pensiero.

Questo meccanismo, unico in tutto il mondo occidentale, sarebbe un mezzo contorto per impedire la commissione di reati in internet, ma in realtà avrebbe l’effetto di colpire le opinioni, specialmente quelle contrarie ai politici o alle grandi aziende che hanno la possibilità di fare pressioni sui fornitori di servizi online.

Oltretutto c’è da precisare che non è nemmeno ben chiaro cosa debbano (o possano) rimuovere i provider, in quanto si parla genericamente di contenuti illeciti o “potenzialmente lesivi della dignità umana”. Se l’illiceità è di fatto la contrarietà a norme di legge, per i contenuti lesivi della dignità umana si aprirebbero enormi dispute per stabilire cosa realmente si intende. Se parliamo di contenuti diffamatori, questi sono sempre illeciti, per cui non si vede a cosa serve l’aggiunta. Sembrerebbe, invece, che in tal modo si voglia estendere eccessivamente la discrezionalità nella rimozione dei contenuti e quindi lasciare la possibilità di segnalare e rimuovere qualsiasi contenuto che per qualche motivo dia fastidio. Allora è ovvio che in tal modo si apre la strada alla censura.

Quello che non si vuole accettare è che è illecito solo ciò che è contrario alle norme di legge, mentre impedire la manifestazione delle opinioni, anche quelle contrarie al potere, è semplicemente attuazione di censura non consona ad un paese democratico. Forse è per questo che negli ultimi anni il nostro paese perde sempre più posizioni nelle classifiche redatte da organismi internazionali in materia di libertà di stampa. L’Italia, secondo poco lusinghieri dati presentati negli ultimi mesi, sarebbe tra i paesi più propensi a presentare richieste di rimozione di contenuti verso YouTube, uno degli ultimi in quanto a diffusione di risorse di connettività a banda larga, e piuttosto in basso in quanto a libertà di stampa.
Il punto è che l’applicazione di una reale censura, alla cinese per intenderci, è piuttosto difficile, cioè controllare tutti i contenuti per eliminare quelli scomodi per il potere, come si fa in Cina ed in Iran, non è facilmente praticabile. Questa iniziativa, posta nel solco di tutta una serie di iniziative col medesimo scopo succedutesi nel corso degli anni, potrebbe finanche sembrare una ricerca di una strada diversa, quella di imporre l’autocensura al web, minacciando i soggetti che forniscono i servizi in rete, e portandoli così a censurare il più possibile.
Forse bisognerebbe fare come gli USA, dove, nonostante tutti i loro limiti, le opinioni sono sempre rispettate, anche quando non vengono condivise, perfino se qualcuno si permette di aprire un gruppo su Facebook dal titolo: “I hate Obama”.

In realtà un codice potrebbe anche essere utile, in quanto occorre comunque regolamentare alcune situazioni particolari, ma sarebbe auspicabile che si trattasse davvero di autoregolamentazione, cioè portare provider e cittadini dinanzi ad un tavolo per discutere dei problemi reali.
Fermo restando che il principio di non responsabilità degli intermediari della comunicazione deve rimanere fermo e rispettato, si potrebbe regolamentare la comunicazione tra fornitori ed utenti, in particolar modo obbligando i provider a fornire tutti gli elementi idonei per valutare i servizi erogati, compreso eventuali gerarchizzazioni dei contenuti (tipo lasciare meno banda per il P2P o il voip). Altro aspetto da regolare meglio è quello delle segnalazioni di contenuti illeciti da parte degli utenti (cosiddetta notification and takedown). Si potrebbe precisare meglio che la rimozione deve avvenire solo in presenza di contenuti palesemente illeciti, e che per il resto occorre una richiesta da parte dell’autorità giudiziaria, lasciando ai giudici il compito non semplice di valutare l’illiceità dei contenuti, e non imponendolo ai fornitori di servizi online. Si potrebbe anche regolare l’aspetto relativo alla responsabilità, addossando al richiedente la rimozione la responsabilità (e l’eventuale risarcimento del danno) in presenza di richieste di rimozione poi rivelatesi infondate, come accade negli USA.

Tutto il resto appare come una mera pretesa di “guidare l'opinione pubblica”, che si scontra con uno dei capisaldi della democrazia, ovvero la libertà di opinione.
Internet negli ultimi anni sta guadagnando sempre maggiore consenso, e sempre più persone si ritrovano in rete, condividendo informazioni. Negli USA il web ha superato i giornali come fonte di informazione, a ridosso della televisione, e la pubblicità online cresce costantemente, tanto che ormai le campagne pubblicitarie si realizzano prima per la rete e poi per gli altri media.
Si sta realizzando anche la preannunciata convergenza dei media, con eventi che vanno in onda su diverse emittenti private e anche in rete, per cui si è visto che censurare una trasmissione televisiva non è più facile come una volta dato che è molto semplice spostarla in rete e raggiungere una moltitudine di soggetti.
Una volta la televisione era il centro di informazione delle persone, con un contorno di giornali, adesso le informazioni si recuperano da tutta una serie di mezzi diversi, tra i quali internet guadagna importanza. L’accesso alle informazioni è cruciale, non solo per le dittature, ma anche per le democrazie che talvolta si basano sulla manipolazione delle informazioni, e l’avvento di una rete troppo libera, troppo difficile da controllare, rischia di scompaginare tutto il sistema e gli equilibri di potere in atto.
Secondo Reporters sans frontieres, “Western democracies are not immune from the Net regulation trend”, cioè anche le democrazie occidentali, Italia inclusa, non sono immuni dal trend regolatorio nei confronti della Rete. Spesso ci si fa scudo di battaglie del tutto condivisibili, come la lotta alla pedo-pornografia, o per la tutela della proprietà intellettuale. È iniziata da tempo la battaglia per la rete, per vedere una internet universale ed aperta, basata sulla libertà di espressione, sulla tolleranza ed il rispetto per le opinioni altrui, oppure una internet formata da un insieme di spazi chiusi e controllati, asserviti alla propaganda.

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