Ad un anno dal devastante terremoto di L’Aquila, il film-documentario Sangue e Cemento, realizzato dal Gruppo Zero, un collettivo di giornalisti, cineasti e comunicatori, ripercorre le cause e le responsabilità dei troppi morti che sono stati conseguenza del sisma.
Sangue e Cemento non da risposte, poiché quelle spettano alla magistratura, semmai riuscirà a far luce sulle responsabilità, ma in compenso il film pone le domande giuste, le domande senza risposta sul terremoto dell’Abruzzo.
Il documentario si apre con un sinistro ticchettio che accompagnerà tutta l’inchiesta, è il ticchettio degli orologi degli aquilani, quelli che si sono fermati alle 3.32 del 6 aprile 2009.
Il narratore, Paolo Calabresi, ci mette immediatamente di fronte all’evidenza, confrontando il terremoto dell’Abruzzo con quello di Omori in Giappone. Mentre il sisma giapponese, nonostante la maggiore intensità, non ha causato né morti né sfollati, l’evento abruzzese ha provocato 299 morti e oltre 60.000 sfollati: “non è stato il terremoto ad uccidere 299 persone!”.
L’inchiesta si dipana tra testimonianze e opinioni di esperti, ma soprattutto tra dati scientifici, cartine, mappe e numeri, al fine di rendere chiaro ed inequivocabile cosa è realmente successo, e perché.
Si parte subito con le testimonianze dei primi giorni, aquilani comuni, ma anche l’avvocato Carlo Taormina che sostiene di aver visto con i suoi occhi che le macerie venivano polverizzate, rendendo impossibile, in tal modo, l’accertamento di eventuali reati. Si passa alla testimonianza del sismologo Gaetano De Luca, il quale nel 1996 notò che la conformazione del centro storico di L’Aquila amplificava un evento sismico di 10 volte. De Luca rese pubblica la sua scoperta, confermata in occasione del terremoto del’Umbria del 1997, ma a seguito della sua intervista fu declassato, e per 5 anni non poté più fare il suo lavoro.
Poi viene intervistato il geologo Moretti che ci spiega la conformazione di L’Aquila, in particolare il fatto che è posta tra due faglie, quella di Paganica e quella di Pettino. Proprio in corrispondenza di questa seconda faglia è stato costruito un quartiere, quello appunto di Pettino, in quanto la zona è stata dichiarata edificabile.
Il problema è proprio la classificazione della città, perché L’Aquila è posta in seconda fascia di pericolosità, mentre, più correttamente, le zone intorno a L’Aquila sono in prima fascia (zona rossa), cioè classificate a rischio sismico massimo. Nel 2004 l’INGV aveva inserito L’Aquila in zona ad alto rischio, ma a tale inserimento non era seguita una modifica legislativa ed un adeguamento della legislazione relativa alla costruzioni. Insomma, L’Aquila rimase in zona 2, consentendo di costruire in zone che fin dal terremoto del 1703 erano non urbanizzate, appunto perché ritenute, fin dai tempi dei Borboni, ad elevato rischio sismico. I Borboni, appunto, realizzarono una normativa antisismica che impediva di costruire in quelle zone.
Purtroppo, dalla metà del 1900 si è cominciato a costruire proprio in quelle zone, in particolare negli anni ’70 si costruì a ridosso della faglia di Pettino, in assenza di verifiche geologiche.
Negli anni a seguire, però, la protezione civile realizzò un studio sulla situazione degli edifici aquilani, valutandone il rischio sismico, studio che fu seguito da un altro studio della Abruzzo Engineering, costato 5 milioni di euro, che analizzò dettagliatamente la rischiosità sismica di centinaia di 137 edifici e di 165 scuole di L’Aquila, precisando anche quali attività dovevano essere poste in essere per renderli sicuri, e indicando il costo degli interventi.
Nonostante questi studi dettagliati, nulla fu fatto, e non furono mai stanziati i fondi per l’adeguamento statico degli edifici censiti.
Poi, nell’ottobre del 2008 inizia lo sciame sismico, che dura diversi mesi. A fine marzo del 2009 si riunisce la Commissione Grandi Rischi che evidenzia come non si possa prevedere un terremoto, ma nel contempo, paradossalmente, prevedeva che un terremoto forte non sarebbe venuto, e quindi la situazione era sostanzialmente “normale”, così rassicurando la popolazione.
I cittadini, così rassicurati, non si preparano ad eventuali eventi sismici forti, per cui, nel momento in cui si ha la scossa del 6 aprile, molti non sanno cosa fare, non sono pronti ad uscire di casa.
L’inchiesta continua ponendosi ulteriori domande, sul perché siano crollati tanti palazzi, e analizzando, quindi, le modalità di costruzione degli edifici, e in particolare le modalità di preparazione del cemento armato.
Interviste e testimonianze a sismologi, geologi, tecnici del territorio e delle costruzioni, avvocati e giudici arricchiscono questo documentario che cerca non tanto di dare delle risposte, quanto di porre le domande giuste:
- perché L'Aquila non era inserita nella fascia 1 di pericolosità sismica?
- perché non era stata disposta nessuna politica antisismica nel territorio abruzzese?
- perché dopo l'inizio dello sciame sismico dell’ottobre del 2008 non erano state disposte misure adeguate?
- perché si consente di costruire nelle zone sismiche con materiali mescolati con troppa acqua, sabbia salata, ferro di cattive colate, insomma perché si costruiscono edifici destinati a crollare?
- perché si tollerano le infiltrazioni della criminalità organizzata nell'edilizia delle zone sismiche?
- perché le imprese che hanno costruito gli edifici crollati non vengono escluse dalla ricostruzione? - perché la ricostruzione viene gestita al riparo del controllo della popolazione?
- perché la notte del 6 aprile 2009 sono morte 299 persone?










