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01
Ott
2009

Le verità sepolte dal terremoto dell'Abruzzo

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Un po’ di chiarezza sui fatti dell’Abruzzo si sta ottenendo negli ultimi giorni, anche se la maggioranza degli italiani non ne ha contezza alcuna, o perché distratti da altre vicende, o perché gli organi di informazione non riportano pur importanti notizie.
I fatti sono noti, il 14 dicembre 2008 aveva inizio nel territorio aquilano uno sciame sismico, cioè quell’attività che ha interessato l’intera provincia per parecchi mesi, e che dura ancora oggi. La prima scossa era di magnitudine 1,8. Nei mesi successivi le oltre 400 scosse telluriche si sono intensificate, sia in magnitudo che in frequenza, fino ad arrivare alla scossa del 30 marzo 2009, una scossa di media entità che è stata in grado, però, di generare danni considerevoli, forse anche per difetti strutturali di vari edifici. E su questo ultimo punto sono in corso accertamenti da parte della Procura della Repubblica.

Il Sindaco di L’Aquila ordina la chiusura degli edifici scolastici sin dal 31 marzo, ed avvia i sopralluoghi per la stima dei rischi strutturali, anche in considerazione del fatto che lo sciame sismico continuava. Gli enti locali chiedono d’urgenza una riunione della Commissione Grandi Rischi (commissione costituita da Protezione Civile, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Centro Nazionale Terremoti, fondazione Eucentre, Ufficio Rischio Sismico della Protezione Civile ed esponenti dell’universo scientifico nazionale) che viene fissata per il 31 marzo a L’Aquila, allo scopo di fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica.
Il risultato della riunione viene pubblicato dal locale Abruzzo 24 Ore: “Lo sciame sismico che interessa l’Aquila da circa tre mesi è un fenomeno geologico tutto sommato normale, che non è il preludio ad eventi sismici parossistici, anzi il lento e continuo scarico di energia, statistiche alla mano, fa prevedere un lento diradarsi dello sciame con piccole scosse non pericolose”. Interessante notare che si evidenzia anche come “Uno specifico evento sismico non può essere previsto, chi lo fa procura solo ingiustificato allarme”.
Ad un profano verrebbe da chiedersi, ma se un evento sismico non può essere previsto, come si fa a dire che esso non avverrà ? Una contraddizione in termini di non poco conto.

Ma il vice-capo della Protezione Civile ribadisce che “non è possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un terremoto e che non c’è nessun allarme in corso da parte del Dipartimento della Protezione Civile, ma una continua attività di monitoraggio e di attenzione. Rispetto alle conoscenze scientifiche attuali per quanto riguarda lo sciame sismico in atto, non ci aspettiamo una crescita della magnitudo. È lecito aspettarsi altri danni, ma sempre su questa tipologia, vale a dire su elementi secondari, come i cornicioni, ma certamente non strutturali. Non esiste, ad oggi alcuna possibilità di prevedere i terremoti. Possiamo solo capire quello che potrebbe essere lo scenario atteso”.
Anche l’INGV, per bocca del presidente Boschi, rassicura la popolazione: “I forti terremoti in Abruzzo hanno periodi di ritorno molto lunghi. Improbabile che ci sia a breve una scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta”. Il prof. Calvi di Eucentre aggiunge: “Sulla base del documento distribuito dal DPC si nota che le registrazioni delle scosse sono caratterizzate da forti picchi di accelerazione, ma con spostamenti spettrali molto contenuti, di pochi millimetri, e perciò difficilmente in grado di produrre danni alle strutture. C’è quindi da attendersi danni alle strutture più sensibili alle accelerazioni, quali quelle a comportamento fragile”. Il professor Dolce, direttore dell’ufficio Rischio Sismico della Protezione Civile “evidenzia la vulnerabilità di parti fragili non strutturali ed evidenzia come sia importante, nei prossimi rilievi agli edifici scolastici, verificare la presenza di tali elementi, quali controsoffittature, camini, cornicioni in condizioni precarie”. La possibilità di danni alle strutture, alle fondamenta veniva esclusa a priori dall’intera commissione, fatta eccezione per il professor Claudio Eva, dell’Università di Genova, che non ha rilasciato nessuna dichiarazione a verbale.

Quindi tutto chiaro, i terremoti non si possono prevedere, ma la situazione in Abruzzo è sotto controllo, al massimo cadrà qualche altro cornicione, visto che si tratta di un fenomeno geologico che si sta affievolendo. Niente di strano, quindi, che alla richiesta del Sindaco Cialente, e della giunta comunale, di dichiarare ugualmente lo stato di emergenza, richiesta che trova ampio spazio sui giornali locali, nessuno si sia preoccupato di rispondere. Non sembrava il caso, poiché gli “esperti” avevano già detto che rischio non c’era.
Per De Bernardinis, vicecapo della protezione civile, questa vicenda “deve insegnare due cose: convivere con territori fatti in questo modo, cioè non solo di frane e alluvioni, ma anche di sismicità; mantenere uno stato di attenzione senza avere uno stato di ansia”.

Il 6 aprile una scossa di magnitudo 6.3 distrugge il capoluogo abruzzese e provoca gravissimi danni in 49 Comuni!
La Protezione Civile, per bocca di Bertolaso, si affretta a dichiarare, lo stesso giorno, che “Avevo chiesto la riunione perché volevo un momento di confronto. Dopo c’è stata una conferenza stampa in cui il professor Barberi e il professor Boschi più altri esperti di chiara fama hanno esaminato tutte le informazioni ed hanno stabilito che non era assolutamente prevedibile alcuna situazione di terremoto più violenta di quelle che erano state registrate”. Ma gli esperti avevano anche detto che era da escludere un incremento dell’attività!

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A questo punto qualcuno ci vuole vedere più chiaro, e un avvocato del foro di L’Aquila, Antonio Valentini, presenta alla Procura della Repubblica di L’Aquila un esposto per omicidio colposo che chiama in giudizio l’intera Commissione Grandi Rischi, raccogliendo numerosissime testimonianze, tra cui i tanti familiari delle vittime della Casa dello Studente.
Giampaolo Giuliani, il “tecnico di laboratorio” che aveva dichiarato che un evento sismico avrebbe potuto avvenire, “prevedendo” ciò che effettivamente avvenne, è stato denunciato per “procurato allarme”, che reato sarebbe, invece, se dovesse risultare che scientemente si sono minimizzati i rischi dell’incombente terremoto ?
Ci si chiede che male c’era, in presenza di tanti indizi che potevano far prevedere la possibilità di un terremoto (era in corso attività sismica da mesi, e quella zona è ad elevatissimo rischio sismico), allertare la popolazione, farla dormire qualche giorno fuori casa e nel frattempo controllare le strutture ? Ci sono i mezzi per fare ciò senza realizzare il panico tra la popolazione. Questo è il ruolo che deve svolgere la Protezione Civile, non certo di fare da Pronto Soccorso.

Dopo l’evento fatale la Protezione Civile ha lanciato un allerta sismico di quattro settimane, sconsigliando alle popolazioni di rientrare nelle abitazioni rimaste indenni o leggermente lesionate durante questo lasso di tempo, per la possibilità di repliche di eguale o addirittura superiore potenza. Viene da chiedersi se l’allerta era basato su una qualche previsione.

Il punto è che l’evento più grave, del 6 aprile, viene anticipato, diciamo così, da numerosissime scosse, delle quali almeno due di forte intensità.
Se escludiamo Giuliani, nessuno, nemmeno gli esperti, ha mai allertato in qualche modo la popolazione, o posto in essere attività, o predisposto mezzi, per contenere i danni, sia agli edifici sia alla popolazione. Invece si è rassicurato in ogni modi gli abitanti della zona soggetta allo sciame sismico, convincendoli che non c’era alcun pericolo. Fino al giorno prima dell’evento sismico più grave vi erano tranquillizzanti scritte in sovraimpressione in TV.
Solo un accenno da parte di Giuliani che viene subito tacitato con una denuncia per procurato allarme.
Il danno provocato agli edifici è decisamente sproporzionato alla gravità dell’evento, trattandosi di fatto di terremoto di media entità. Se paragonato a terremoti analoghi, possiamo verificare che i danni occorsi in Abruzzo sono decisamente eccessivi rispetto a quanto ci si sarebbe dovuto aspettare. I danni sono in parte conseguenza dei materiali difettosi utilizzati nelle costruzioni, anche degli edifici pubblici che sono stati i primi a crollare. È evidente che qualcosa non ha funzionato nei controlli sulle costruzioni, sui materiali, sulle norme da seguire.

La questione non è appoggiare o meno Giampaolo Giuliani che, pare, avesse previsto questo terremoto, ma quale deve essere l’approccio in casi del genere. Il punto non è se un terremoto si può prevedere, ma se un terremoto si può prevenire. Forse è più facile rasserenare la popolazione e poi piangere sui morti, e realizzare una ricostruzione costosissima, a rischio di infiltrazioni mafiose, a favore di costruttori criminali, ma in un paese serio si dovrebbe fare di più. E’ facile ridere dei cinesi che prevedono i terremoti, talvolta, oppure dei giapponesi che costruiscono secondo precise regole antisismiche, ma alla fine nei loro paesi un evento sismico crea danni decisamente inferiori. Un terremoto di analoga intensità, avvenuto negli Usa poco tempo fa, ha provocato solo 60 morti, in Abruzzo oltre 300 e un capoluogo di provincia completamente distrutto.
La questione è di prevenire i terremoti e tutti gli eventi catastrofici naturali, dove prevenire vuol dire mettere in sicurezza il territorio, analizzare i rischi delle regioni, costruire secondo regole precise. In Italia invece tutto questo non si fa. Le regole ci sono, le norme antisismiche pure, da anni. Ma l’ultima legge in materia si trascina da anni senza giungere all’approvazione. Poi ci sono le deroghe, le modifiche in corso d’opera, le sopraelevazioni abusive che si condonano sempre, i permessi comprati, e tutta una trafila che alla fine rende estremamente insicuro il territorio. E poi la popolazione ne paga le spese quanto la Natura ci chiede il conto.

Alla fine la domanda fondamentale è quella di un professore che ha partecipato ad un seminario a Napoli sulla possibilità di prevedere i terremoti: “perché in presenza di sciame più la previsione probabilistica di cui sopra più radon, che comunque aumenta la probabilità di un evento, la Protezione Civile non s’è organizzata prima?”. Noi attendiamo la risposta!

Ma un terremoto si può prevedere ? La domanda è sbagliata, non si dovrebbe chiedere se si può avere un’altra scossa sismica di intensità elevata, bensì  cosa si rischia in tale territorio se si verifica una scossa forte ? A questa domanda la risposta è semplice, perché gran parte dell’Italia è a pericolosità sismica elevata, e la classe politica svia l’attenzione dei cittadini verso una domanda alla quale sono giustificati nel non dare risposta, perché un terremoto non è prevedibile con certezza. Ci sono tantissime cose che potevano e dovevano essere fatte prima, come accade in altri paesi ad elevato rischio sismico. Ci sono tantissime cose che dovevano e potevano essere controllate. Ma tutto ciò non è stato mai fatto, e nessuno chiede conto di questo, ci si trincera dietro l’ovvietà che un terremoto non può essere predetto con certezza.
Tra la decisione di sgomberare un'intera provincia e quella, opposta, cioè di tacere della possibilità o probabilità di un terremoto, vi è una via di mezzo, e cioè comunicare alla popolazione la probabilità dell'evento sismico e metterla in grado di prendere decisioni.
Questo però comporta educare la popolazione e adottare efficaci strategie di comunicazione, comporta una organizzazione che in Italia difetta, comporta anche avere fiducia nella popolazione, cosa che evidentemente in Italia non è.
Negli USA gli allarmi vengono comunicati alla popolazione la quale decide, sulla base delle informazioni che ricevono, se adottare dei comportamenti meno rischiosi, se prendere un aereo o meno, e così via. Questa è prevenzione. In Italia si critica una puntata della trasmissione AnnoZero semplicemente perché avevano cercato di fare luce sull’assenza di un piano di intervento della protezione civile prima della tragedia.

La prevenzione si sarebbe potuta fare anche in Italia, volendo. Lo abbiamo sentito anche dai politici locali, qualcuno ha fatto qualcosa, qualcuno ha chiesto di fare, ma è mancata l’organizzazione. In presenza di mesi di sciame sismico si potevano cominciare ad organizzare i punti di raccolta e le zone per le tendopoli, almeno individuarle. Prevenzione è, ad esempio, anche costruire un ospedale che non cada in caso di evento sismico, oppure controllarne la struttura ed intervenire in caso di vulnerabilità.

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Ma è davvero certo il fatto che non ci fossero segnali che potessero far intendere come possibile, o addirittura probabile, un evento sismico grave ?
La lettura degli geologi dell’università di L’Aquila è abbastanza chiara. Il prof. Moretti e il collega Ferrini sostengono che un segnale importante fosse dato dal fatto che le scosse si localizzavano sempre sulla medesima struttura, e si approfondivano col tempo, intensificandosi come intensità. In pratica, è come una molla che si carica, per cui si può ritenere un indizio tipico di scossa premonitrice (da Presa Diretta del 13/9/09). Secondo Moretti tutta l’Italia sismologica era col fiato sospeso guardando L’Aquila. La faglia sulla quale poggia L’Aquila viene descritta come faglia attiva con tempo di ricarica di 800 anni circa, ma era dal 1703 che non “scaricava”. Questo era uno degli indizi che teneva in allarme gli esperti. Eppure alla riunione della Commissione Grandi Rischi, nonostante l’espressa richiesta del rettore di ascoltare i geologi dell’università, questi non sono stati ammessi.
Sempre secondo Moretti il rischio di evento catastrofico era alto, tanto che egli ha rinforzato la sua casa con un “barbacane”, un pilastro che potesse reggere la scossa. Questo semplice accortezza gli ha probabilmente salvato la vita. Sarebbe bastato fare qualcosa di simile nelle case degli aquilani per salvare molte altre vite.

Ma c’è dell’altro. Analizzando la situazione morfologica di L’Aquila, si vede che molte costruzioni si trovano in zone pericolose. Anche le case in cemento armato sono crollate in tali zone, semplicemente perché il terreno sul quale si trovano è friabile, non coerente, insomma poco stabile. In sostanza il terreno, col sisma, è scivolato sotto la casa, trascinandola con se.
In Abruzzo, quindi, non è stata coltivata la cultura della sicurezza, né da parte dei cittadini, che spesso hanno ristrutturato senza curarsi del rischio sismico, né da parte delle istituzioni che non hanno controllato le costruzioni e le ristrutturazioni, né realizzato una campagna informativa per educare i cittadini in tal senso.
Addirittura un intero quartiere, il Pettino, è stato costruito pochi anni fa sulla faglia attiva. Eppure la presenza di fratture era conosciuta, in quanto menzionata negli allegati al piano regolatore del ’79, presenza però minimizzata. Il quartiere una volta ospitava 30.000 persone, oggi è totalmente inagibile.
Viene da chiedersi: chi ha autorizzato quelle costruzioni ? Chi non ha controllato ? Chi era il proprietario dei terreni, che sicuramente ha guadagnato tantissimo ?
Ma il terremoto pare non abbia insegnato nulla, poiché la nuova università di L’Aquila sarà costruita proprio al Pettino!

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E quindi il problema non è, almeno non è solo, quello di prevedere i terremoti, bensì di prevenirli realizzando strutture che possano resistere alla sismicità tipica della zona.
E scoprire che l’università modello dell’Aquila non era costruita secondo criteri antisismici già ci da il senso di una sconfitta dell’uomo, più che di un evento della natura. <<Lo dice chi se ne intende: “Al posto del cemento c'era della plastica”, allarga le braccia un vigile del fuoco. Di cemento c'era soltanto un sottile spessore che non ha retto la scossa. Il risultato: tonnellate e tonnellate di materiale sono crollate sulle scale, proprio quelle da cui dovevano fuggire gli studenti. I vigili del fuoco e i professori che ieri camminavano con le torce elettriche per i corridoi bui e deserti dell'università non nascondono la rabbia: “Questa non è un'università, ma una trappola per topi”. >>
Ancora, scopriamo che il fiore al’occhiello di una nota azienda italiana, l’ospedale del San Salvatore ristrutturato ed ampliato più volte, alla fine è costato oltre 100 milioni di euro, a fronte di un preventivo di 11. L’ultima ala, costruita nel 2001, è quella che ha ceduto per prima.
Ci sono tante, troppe responsabilità per poterle seguire tutte. Ma, ad esempio, è utile ricordare che molti edifici privati subiscono un cambio di destinazione e diventano edifici pubblici. Gli edifici pubblici devono per legge avere una resistenza sismica superiore del 40% rispetto a quelli privati, ed ecco che un vecchio deposito medicinali può diventare la Casa dello studente, quindi struttura pubblica, senza rispettare i criteri di legge, e un albergo diventa Catasto. Poi non reggono il terremoto.
E la cosa più tragica è che a cento passi dalla vecchia Casa dello studente, crollata, era già stata costruita nel 2002 la nuova casa dello studente. Ha resistito al terremoto, ma non è mai stata usata.

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Ma non è tutto. Nel 2001 viene affidato l’incarico di redigere un rapporto riguardante la vulnerabilità degli edifici delle regioni a più elevata sismicità, il cosiddetto rapporto Barberi. In quel rapporto, completato in un paio di anni, viene analizzato il rischio sismico anche degli edifici dell’Abruzzo. Tutti quelli che vengono indicati a rischio alto sono palazzi crollati o profondamente lesionati. Quel rapporto aveva proprio l’obiettivo di attuare degli interventi di adeguamento sugli edifici a rischio. Nel rapporto Barberi il 40% degli edifici di L’Aquila è ritenuto a rischio, cioè vulnerabili ad un evento sismico. Quel rapporto viene trasmesso a tutti gli enti interessati, comuni, province e regioni, ma nessuno si attiva per fare qualcosa. Molti sindaci dicono di non averlo mai visto, e quelli che lo conoscono sostengono che i soldi non c’erano. In effetti c’è da dire che gli enti locali sono spesso a corto di fondi, e il patto di stabilità rende difficile spendere soldi per questo tipo di attività. Secondo alcuni il compito di intervenire era del governo.
Sembra il solito gioco allo scaricabarile, ma di fatto nessuno ha fatto nulla, e i morti sono la conseguenza non tanto di un evento sismico tutto sommato di media entità, ma del fatto che si sono costruiti interi quartieri in zone pericolose o secondo criteri inadeguati. E poi sono mancati i controlli e gli interventi di adeguamento.

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Nel 2006 all’Abruzzo Engineering viene affidato l’incarico di stendere un altro rapporto sulla vulnerabilità sismica degli edifici dell’Abruzzo, e si analizzano oltre 1400 scuole dell’Abruzzo, moltissime delle quali ritenute non sicure. Eppure anche a seguito di questo ulteriore studio, commissionato dalla protezione civile e costato 4 milioni di euro, non si fa nulla, nessuno interviene. In questo studio veniva indicata anche la somma necessaria per la messa in sicurezza degli edifici, come ad esempio per quanto riguarda la Casa dello Studente si stima necessario un intervento di appena un milione e 470 mila euro.
Questi rapporti in realtà sono la conseguenza di tante denunce di esperti sismologi, come l’ingegner De Luca, che indicavano come L’Aquila fosse a fortissimo rischio sismico.
La domanda che sorge spontanea è la seguente: non è che con tutte quelle rassicurazioni si voleva evitare di dover rispondere della vulnerabilità degli edifici ? Molti, troppi ne avrebbero dovuto rispondere, e qualcuno avrebbe dovuto pagare per le sue inadempienze!

Alla fine di tutto ciò restano mille interrogativi senza risposta, nessuna certezza, un profondo sconforto, e le frasi classiche del dopo tragedia che ronzano nelle mente accumulandosi ormai appaiono senza alcun significato, vuote espressioni verbali destinate a perdersi col tempo. “Mai più”, “Non permetteremo che ciò accada ancora una volta”, “Non dimenticheremo il vostro dramma”.

Belice 1968; Irpinia 1980; Umbria e Marche 1997; Molise 2002; Abruzzo 2009!

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Nel terremoto morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie. Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni d’ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l’origine della convinzione popolare che, se l’umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra.


(Ignazio Silone, 1949, in memoria del terremoto che colpì la città di Avezzano nel 1915)

 

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