A distanza di un anno dal devastante terremoto che ha distrutto L’Aquila e molti paesi dell’Abruzzo, sono ancora troppi gli interrogativi aperti e le problematiche che non hanno una risposta.
Sappiamo che ci sono vari indagati per i crolli di alcuni edifici nel centro di L’Aquila, la qual cosa vuol dire, come precisato dagli inquirenti, che quegli edifici non erano costruiti a norma, per cui la morte di alcuni aquilani non è solo colpa del terremoto.
Sappiamo che la Protezione Civile è sotto indagine per omicidio colposo in quanto, sostengono gli inquirenti, sottovalutò gli innumerevoli allarmi, e quindi non allertò la popolazione aquilana a seguito di quattro mesi di sciame sismico e di oltre 400 scosse. Nel dossier della Polizia vi sono gli interrogatori al vice capo della Protezione Civile, al presidente vicario della “Commissione Grandi Rischi”, al presidente dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, al direttore dell’ufficio rischio sismico della Protezione Civile, al direttore del Centro Nazionale Terremoti e altri tre funzionari della Protezione Civile dell’ufficio gestioni emergenza e servizio comunicazione. Sono coloro che parteciparono alla riunione straordinaria del 31 marzo 2009, riunione che si chiuse senza prendere alcuna decisione in merito all’emergenza, un dossier dell’Ingv sulla gravità dello sciame sismico, diversi studi scientifici (tra cui uno studio del Cnr, in cui si stimava molto alto il rischio di un terremoto devastante a L’Aquila) e perizie geologiche. In soli sessanta minuti la riunione concluse che “La comunità scientifica conferma che non c’è pericolo, perché c’è uno scarico continuo di energia; la situazione è favorevole”.
Dopo il sisma si è aperta una riflessione sulla fragilità del territorio italiano, e si è riproposto, come del resto si fa reiteratamente (e inutilmente) dopo ogni grande catastrofe, il problema delle scuole fatiscenti (San Giuliano di Puglia), dei torrenti e fiumi senza argini, dei vulcani non spenti, delle montagne franose, e di tutto ciò che martoria un territorio bistrattato e mai tutelato adeguatamente in un paese che ha fatto dell’abusivismo e dei conseguenti condoni una prassi ordinaria.
Le catastrofi naturali si susseguono incessanti, come anche il grido di dolore dei sopravvissuti, e le promesse dei politici di turno. Il “mai più” riecheggia per qualche tempo nella memoria collettiva, salvo spegnersi progressivamente quando altre priorità si affacciano sulle televisioni e i mezzi di informazione. Così i problemi e le promesse soluzioni ricadono nel dimenticatoio, fino alla successiva catastrofe.
E’ così si è costretti a ripercorrere con la mente l’alluvione del Polesine, l’ondata del Vajont, il terremoto del Belice, l’esondazione dell’Arno, l’acqua alta di Venezia, il terremoto dell’Irpinia e quello del Friuli, l’esondazione della Dora e degli affluenti del Po, il terremoto nelle Marche e nell’Umbria, l’ondata di fango che spazzò Sarno, fino all’Abruzzo.
Sono sessanta anni di storia italiani, di rovine e catastrofi, di lutti e tendopoli, di forze dell’ordine e pompieri, di roulette e prefabbricati, di processi, abusi, di criminalità organizzata e di appalti, soprattutto tanti appalti che hanno arricchito tanti, troppi. E la mente torna alle recentissime intercettazioni relative agli appalti proprio per L’Aquila, e a coloro che “ridevano” mentre la terra tremava.
Sessant’anni di catastrofi e di emergenza non hanno cambiato nulla, visto che tra un’emergenza ed un’altra si susseguono incessanti abusi e condoni, e costruzioni sul bordo dei fiumi e dei vulcani, in zone altamente sismiche senza rispettare le leggi, con materiale scadente, cemento fatto di sabbia di mare e armature in ferro inefficienti.
L’abusivismo si sussegue incessante, conscio che prima o poi verrà una sanatoria, tanto un governo ha bisogno di voti, i politici hanno bisogno di voti, e anche quello è un ottimo sistema per accaparrarseli. Triste è che gli stessi cittadini che usufruiscono di tali condoni non si rendono conto che saranno, talvolta, loro stessi a pagarne le conseguenze.
Ma, ovviamente, per i tanti sfollati, sopravissuti al terremoto, ma che hanno avuto case lesionate o distrutte, per coloro che da oltre un anno attendono di poter rientrare nelle loro case, o comunque ritornare ai luoghi di loro appartenenza, per queste persone il problema principale è la ricostruzione.
Toccare questo argomento è difficile, perché l’informazione ha mal rappresentato la realtà degli abruzzesi, talvolta facendo credere che è già tutto concluso.
Nella realtà si confondono le due fasi di una ricostruzione post-terremoto, che si sostanzia in una prima fase nella quale si approntano soluzioni temporanee per l’emergenza, come possono essere roulotte, sistemazioni in alberghi o tendopoli, ma anche case provvisorie, e la fase della effettiva ricostruzione, che deve necessariamente essere preceduta dalla messa in sicurezza delle abitazioni lesionate, e dalla rimozione delle macerie della case crollate. Solo dopo si può effettivamente partire con la ricostruzione, perché, non dimentichiamolo, il compito di una ricostruzione è di ricostruire, nei limiti del possibile, i nuclei urbani in modo tale da consentire alla popolazione di ricominciare a vivere così come viveva prima. Il rischio, se ciò non si realizza, è quello dello smembramento della popolazione di una città, divisa tra altri nuclei urbani, con la conseguente decadenza sociale della città stessa.
Per quanto riguarda la prima fase, quella temporanea, si deve dare atto che la Protezione Civile si è mossa velocemente approntando tendopoli ed aiuti. I problemi sono sorti dopo. Già da subito si è predisposto un piano per la costruzione di vari nuovi quartieri (new town) sparse un po’ dappertutto per la regione, peccato che non fossero sufficienti per tutti gli sfollati, per cui si è dovuto ovviare in corso d’opera, così allungando i tempi, progettando nuovi quartieri fino a 20. Anche così non bastano, per cui molti sfollati rimangono tutt’ora, e lo saranno per lungo tempo, in sistemazioni alternative, come caserme, alberghi sulla costa, case in affitto.
Paradossalmente la scelta migliore si può ritenere attuata ad Onna, paese assurto a simbolo del terremoto per l’elevata percentuale di vittime, dove la provincia autonoma di Trento ha approntato i cosiddetti MAP, cioè moduli provvisori in legno, ma antisismici, dotati di tutto il necessario per abitarli. Sono moduli costruiti in circa 20-30 giorni con una spesa pari ad un terzo del progetto C.A.S.E. del governo (la cui costruzione è stata affidata non a ditte locali ma esclusivamente a grandi aziende del nord), per cui i soldi sarebbero bastati per costruire MAP per tutti gli sfollati, se solo si fosse seguita questa via. Inoltre, i MAP sono facilmente removibili, e si possono sistemare abbastanza vicino alle zone dove vivevano prima gli sfollati, così evitando lo sradicamento degli abitanti dai luoghi di appartenenza.
Invece, si è voluto puntare per lo più sulle C.A.S.E., cioè veri e propri quartieri innalzati su piastre di cemento, che per forza di cose devono essere realizzati in luoghi anche molto distanti dai luoghi di origine della gente, così creando una sorta di quartieri dormitorio. E l’elevato costo (750 milioni di euro, 2.700 euro al metro quadro, più del doppio dell’edilizia popolare)) non ha permesso di realizzare tali costruzioni per tutti gli sfollati, ma solo per poco più di un terzo (15.000 persone circa), costringendo gli altri a rimanere nelle sistemazioni alternative.
Al di là del problema di non poco conto del territorio ampiamente deturpato e addirittura sventrato dalle C.A.S.E., l’errore, secondo alcuni urbanisti, è stato di coinvolgere troppo poco gli abitanti di L’Aquila nelle scelte, che anzi sono state loro imposte, generando così numerose proteste.
Nel 1951 L’Aquila contava 54mila abitanti, cresciuti a 72mila al 6 aprile scorso, cioè del 25%, mentre il suolo urbanizzato è cresciuto del 500% in più. Sono numeri di per sé già preoccupanti, ma questo è ben poco conto a fronte della costruzione di questi nuovi 20 quartieri che frammenteranno ulteriormente la città, con costi drammatici per i collegamenti e per il buon funzionamento dell’amministrazione. Questi 20 quartieri nuovi, in seguito, saranno posti a carico dell’amministrazione comunale, infatti, che già fa fatica a reggere la situazione pre-terremoto. La conseguenza sarà l’impossibilità per il Comune di gestire il territorio, e quindi il degrado dello stesso e il doversi porre nelle mani del governo centrale.
L’errore di base a L’Aquila è stato, quindi, l’eccessivo centralismo che ha posto tutte le decisioni nelle mani del governo, o più esattamente della Protezione Civile, quale sua longa manus, senza coinvolgere i cittadini che hanno potuto solo subire delle scelte da loro talvolta non condivise. Addirittura molti cittadini si sono visti trasferire a 50 o più chilometri di distanza dal luogo di origine, e hanno dovuto obbedire, pena la perdita dell’alloggio.
Giovanni Pietro Nimis, l’urbanista artefice del recupero di Gemona e Venzone in Friuli, nel libro Terre mobili. Dal Belice al Friuli, dall’Umbria all’Abruzzo (Donzelli editore), ha confrontato i vari modelli di ricostruzione criticando il centralismo della ricostruzione abruzzese, a fronte di modelli che sono stati indicati come esemplari, come la ricostruzione del Friuli e dell’Umbria, modelli che si ispiravano ad una gestione devoluta principalmente alle Regioni.
In Friuli la gente passò dalle tende ai prefabbricati e nel frattempo si ricostruirono i centri storici, dove erano e come erano prima, evitando quindi di distruggere l’anima delle città e di disunire la popolazione. Questo modello mostrò anche uno svantaggio, l’impossibilità o quantomeno la difficoltà ad ovviare ad errori urbanistici del passato, ma i risultati sono visibili a tutti coloro che hanno interesse davvero a vedere.
Il modello centralista dell’Abruzzo, invece, si ispira a quello ottocentesco applicato in Belice, dove i Comuni vennero esautorati delle loro competenze, e si passò alla realizzazione di vere e proprie cattedrali nel deserto, nuovi quartieri sparsi dappertutto che, col tempo, causarono lo spopolamento dei paesi originari, e una crescita abnorme e incontrollata dei nuovi insediamenti. Mentre i centri storici marcivano, i quartieri ghetto crescevano incessantemente.
Oggi, a L’Aquila, vediamo che ad un anno di distanza il centro della città si è spostato, dal centro storico, dove la ricostruzione di fatto non è praticamente mai iniziata, ad un centro commerciale.
L’esperienza fallita del passato, pare non abbia insegnato nulla, e si ripropongono errori che poi, in futuro, non saranno più rimediabili.
A questo dobbiamo aggiungere che si è perso fin troppo tempo nel costruire le C.A.S.E., e che questo ha impedito la rinascita dell’economia aquilana. Non dimentichiamo che buona parte dell’economia della zona si appoggia sugli studenti che frequentavano l’Università, una delle più antiche d’Italia. I 30.000 studenti, per lo più provenienti da fuori, difficilmente torneranno tutti anche quando (o forse dovremmo dire ‘se’) la città sarà ricostruita, con gravissimi danni sociali ed economici.
Ovviamente speriamo che ciò non accada, ma il rischio che L’Aquila diventi un centro storico vuoto circondato da quartieri senz’anima con maggiore densità abitativa, sparsi per la regione e mal collegati tra loro, un corpo la cui testa è minuscola e gli arti sono sovradimensionati, è purtroppo concreto.










