Una delle argomentazioni più usate (abusate?) quando si deve discutere di intercettazioni e soprattutto convincere della necessità della loro limitazione, è il presunto eccessivo uso di tale strumento investigativo.
Quando si parla di intercettazioni immediatamente si pensa allo strumento probatorio che da anni la politica cerca di riformare (tentativo ripartito in questi giorni), ma non esistono solo le intercettazioni giudiziarie, caratterizzate dall'eseguibilità solo in presenza di "gravi indizi di reato" e utilizzabili come prova nel processo. Parliamo, infatti, delle intercettazioni "preventive", eccezionalmente ammesse dal codice per finalità di "prevenzione" dei più gravi delitti, e non utilizzabili nel processo. Sono unicamente un mezzo per orientare le indagini, una sorta di pre-indagine.
Riforma Privacy
La riforma europea della normativa in materia di privacy prosegue il suo accidentato cammino tra i numerosi attacchi delle lobby, americane ma non solo, che minacciano di fissare degli standard in materia i quali, per favorire gli interessi economici delle multinazionali, finiranno per limitare pesantemente i diritti dei cittadini europei.
La proposta di riforma in realtà fissa alcuni principi importanti per una tutela rafforzata dei diritti dei cittadini, consentendo un adeguamento ai maggiori rischi di perdita di controllo dei dati personali dovuti alla proliferazione dei mezzi di comunicazione, principalmente gli smartphone costantemente connessi alla rete internet. Però numerosi emendamenti supportati dalle lobby aziendali, come descritto da NakedCitizens rischiano di indebolire il Regolamento e consentire alle multinazionali l'uso indiscriminato dei dati personali.
AGGIORNAMENTO: il Commissario Preto ha smentito la notizia precisando che il 24 maggio non verrà presentata alcuna bozza di regolamento ma si terrà un convegno in materia.
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Tante novità in arrivo dall'AgCom, come ci notizia Tom's Hardware. Il Commissario AgCom Preto ha infatti anticipato che a breve dovrebbe essere pubblicato un regolamento inteso a combattere la pirateria online.
La priorità è quella della velocità d'intervento. Sostiene Preto: "già in passato, il Garante ha messo a punto delle ipotesi di regolamentazione. Ma i tempi per chiudere i processi ai sospettati arrivavano a 60 giorni. Soluzione che la Commissione UE ha bocciato. Ora noi vogliamo quasi dimezzare l'attesa, portandola a soli 35".
Quindi l'AgCom istituirà addirittura una taskforce antipirateria con il precipuo compito di contrastare le violazioni del copyright in internet nel più breve tempo possibile.
La procedura dovrebbe essere la seguente. A fronte di una segnalazione circostanziata la taskforce dell'AgCom si occuperà di inviare in soli due giorni una formale diffida al sito accusato di pirateria.
La diffida indicherà specificamente i contenuti segnalati come illegali. Altra caratteristica della procedura è, quindi, la selettività. La rimozione, infatti, riguarda singoli contenuti e non pare prevista la possibilità di oscuramento di un intero sito o dominio. Appare evidente che la procedura dovrebbe riguardare solo i siti soggetti alla giurisdizione italiana.
Il titolare del sito avrà 10 giorni di tempo per difendersi davanti allo stesso Garante per le comunicazioni. La procedura si concluderà nei 15 giorni successivi.
Il 19 marzo 2013 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, in particolare la seconda sezione del Tribunale, ha emesso una interessante sentenza (T-301/10) sulla trasparenza delle negoziazioni dei trattati internazionali. Nello specifico si è occupata del trattato anti-contraffazione, ACTA, firmato dalla Commissione europea e poi non ratificato dal Parlamento europeo. Come ben sappiamo i negoziati di ACTA si sono caratterizzati per una perdurante segretezza, fino al momento in cui il trapelamento di alcune bozze hanno costretto la Commissione e gli altri contraenti ad una pubblicazione almeno parziale degli atti.
Nel novembre del 2008 Sophie in't Veld, membro olandese del Parlamento Europeo, chiede alla Commissione Europea, impegnata nei negoziati internazionali, l'accesso ai documenti relativi ad ACTA. La richiesta viene riproposta successivamente per gli ulteriori documenti dei negoziati di Seul.
Non ancora commercializzati, hanno già subito i primi ban. Il titolare di un bar di Seattle ha chiarito che i suoi avventori non potranno utilizzare i Google Glass all'interno del locale: "la gente vuole venire nel mio locale senza essere riconosciuta, né fotografata o filmata segretamente per finire immediatamente su Internet". Altri esercizi commerciali sono seguiti a ruota.
Ovviamente si tratta più che altro di un tentativo di pubblicità, dato appunto che i Glass entreranno in commercio, forse, per la fine dell'anno.
I Google Glass, l'ultimo prodotto della casa di Mountain View, valutati come migliore invenzione del 2012 da Time Magazine, sono occhiali dalla foggia futuristica che inglobano le funzioni di uno smartphone. La caratteristica principale è la videocamera che, se accesa, riprende tutto ciò che vede chi li indossa. Un led indica a chi sta di fronte che i Glass sono accesi e in fase di registrazione. Le immagini vengono registrate e inviate all'account Google dell'utilizzatore, da dove possono essere condivise su un social network con un semplice comando vocale.
I Glass sono un'implementazione della "realtà aumentata", le lenti infatti fungono da headup display sul quale vengono proiettate immagini, testi, fotografie e dati sugli oggetti inquadrati, quindi informazioni che arricchiscono la percezione sensoriale dell'utente.
Il 21 dicembre 2012 la Corte di Appello di Milano, ribaltando la sentenza del giudice di primo grado, assolve 3 dirigenti di Google in relazione alla pubblicazione del video di un disabile, "perché il fatto non sussiste". Le motivazioni sono state depositate il 27 febbraio 2013. Della vicenda ce ne siamo già occupati, descrivendo i fatti e commentando la sentenza di condanna.
La Corte di Appello conferma l'assoluzione, già avuta in primo grado, dei dirigenti di Google per il reato di diffamazione, affermando che non esiste nel nostro ordinamento una posizione di garanzia in capo ad un hosting o content provider che lo obblighi ad impedire l'evento.
Riforma Privacy
Circa un anno fa il commissario per la Giustizia alla Commissione Europea, Viviane Reding, ha presentato la riforma della normativa europea sulla privacy. Originariamente pensata come direttiva, invece dovrebbe vedere la luce quale Risoluzione, quindi entrare in vigore automaticamente nei paesi membri, senza necessità di recepimento. Il termine prefissato è slittato nel tempo, dal giugno del 2012 al 2016. La riforma, infatti, si fa strada con notevole lentezza attraverso le varie Commissioni, a causa delle pressioni lobbistiche provenienti in particolare dal governo americano e dai suoi alleati aziendali.
Infatti la nuova normativa si applicherà a tutte le aziende che trattano dati di utenti europei, indipendentemente dalla sede, e quindi i giganti americani del web dovranno garantire un livello di protezione dei dati pari a quello che offrono le aziende europee, pena pesanti sanzioni. Secondo uno studio della Boston Consulting, per gli americani i dati degli europei valgono circa 1000 miliardi.
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